LA MAGIA DELLA FOTOINCISIONE…
Quando parliamo di fotoincisione a noi inevitabilmente vengono in mente due momenti importanti: la prima volta che abbiamo visto i modelli di Mario Luzzietti (e abbiamo capito che questa tecnica ci avrebbe aperto scenari realizzativi sconfinati) e l’arrivo sul mercato dei kit di montaggio di Linea Model (sono stati un connubio perfetto tra tecnica costruttiva e attenzione al dettaglio).
Come abbiamo già detto il difficile non è trasferire le linee e le curve di un progetto dalla carta al monitor del pc, ma poi bisogna fare in modo che quelle curve e quelle linee, riportate sulla lastra di ottone, diano vita a un modello funzionate.
Ma che cos’è la fotoincisione? In parole povere è una tecnica per riportare sulla lamina di ottone i disegni che vengono realizzati con un programma CAD. È come usare una stampante, ma al posto della carta abbiamo la lamina di ottone da 0,40 mm (o 0,20, o 0,50) e al posto dell’inchiostro c’è l’acido che solca e corrode il materiale. Alla fine del processo (non stiamo qui a perderci nel processo tecnico vero e proprio) si ottiene la lamina di ottone con un disegno tridimensionale sia sul lato A che sul lato B. Sì, perché la lastra viene corrosa del 50% dello spessore sul lato A e un altro 50% sul lato B.
Quindi quando si progetta si deve “dire” all’acido dove andare a corrodere sul lato A e dove deve farlo sul lato B; per fare un esempio: se si deve riprodurre il vuoto di un finestrino, bisogna fare in modo che in quel punto l’acido corroda sia il lato A (il 50% dello spessore) che il lato B (il restante 50%) e quindi che l’acido “buchi” letteralmente la lastra. Mentre se si devono riprodurre le cornici dei finestrini e le chiodature della fiancata, bisognerà fare in modo che sul lato A l’acido mangi tutto meno che i bordini dei finestrini e i cerchietti delle chiodature, mentre sul lato B, non tocchi nulla. Di solito sul lato B (la parte interne del modello) vengono disegnate le sole le linee di piega.
A nostre spese abbiamo imparato che nella fotoincisione non ci sono regole precise da seguire perché le variabili nel processo realizzativo sono molteplici; per fare un esempio: in alcune lastre le chiodature della fiancate di diametro 0,35 mm sono risultate migliori di quelle di diametro 0,40 mm fatte in altre lastre. Questo per dire che tutto dipende dall’abilità e dalla professionalità della Ditta che esegue la fotoincisione. La cosa fondamentale è istaurare con loro un rapporto di fiducia e di collaborazione, perché un errore sia da parte di chi progetta (cioè noi) che di chi materialmente mette in pratica il processo (cioè la Ditta) ci può stare, la cosa importante è trovare il modo di risolverlo.
Il materiale che preferiamo usare è in genere l’ottone, ma per le grate o parti molto sottili e di grande finezza si preferisce l’alpacca da 0,20 mm che una volta fotoincisa (corrosa) diventa 0,1 mm (un decimo di millimetro!)
Ogni volta che vengono inviati i due file in dwg o in dxf (due perché c’è: LATO A e B del progetto) alla Ditta, questa deve avviare un “impianto”, cioè creare un foglio master trasparente (di solito in acetato), che ha un suo costo fisso al di là di quante lastre si produrranno. Dal master infatti è possibile riprodurre quante lastre di ottone vogliamo. Una piccola modifica al progetto originale (spesso accade che durante il montaggio emergono delle imprecisioni) comporta il dover realizzare un nuovo impianto e quindi un nuovo costo.
LA MAGIA DELLA FOTOINCISIONE…
Quando parliamo di fotoincisione a noi inevitabilmente vengono in mente due momenti importanti: la prima volta che abbiamo visto i modelli di Mario Luzzietti (e abbiamo capito che questa tecnica ci avrebbe aperto scenari realizzativi sconfinati) e l’arrivo sul mercato dei kit di montaggio di Linea Model (sono stati un connubio perfetto tra tecnica costruttiva e attenzione al dettaglio).
Come abbiamo già detto il difficile non è trasferire le linee e le curve di un progetto dalla carta al monitor del pc, ma poi bisogna fare in modo che quelle curve e quelle linee, riportate sulla lastra di ottone, diano vita a un modello funzionate.
Ma che cos’è la fotoincisione? In parole povere è una tecnica per riportare sulla lamina di ottone i disegni che vengono realizzati con un programma CAD. È come usare una stampante, ma al posto della carta abbiamo la lamina di ottone da 0,40 mm (o 0,20, o 0,50) e al posto dell’inchiostro c’è l’acido che solca e corrode il materiale. Alla fine del processo (non stiamo qui a perderci nel processo tecnico vero e proprio) si ottiene la lamina di ottone con un disegno tridimensionale sia sul lato A che sul lato B. Sì, perché la lastra viene corrosa del 50% dello spessore sul lato A e un altro 50% sul lato B.
Quindi quando si progetta si deve “dire” all’acido dove andare a corrodere sul lato A e dove deve farlo sul lato B; per fare un esempio: se si deve riprodurre il vuoto di un finestrino, bisogna fare in modo che in quel punto l’acido corroda sia il lato A (il 50% dello spessore) che il lato B (il restante 50%) e quindi che l’acido “buchi” letteralmente la lastra. Mentre se si devono riprodurre le cornici dei finestrini e le chiodature della fiancata, bisognerà fare in modo che sul lato A l’acido mangi tutto meno che i bordini dei finestrini e i cerchietti delle chiodature, mentre sul lato B, non tocchi nulla. Di solito sul lato B (la parte interne del modello) vengono disegnate le sole le linee di piega.
A nostre spese abbiamo imparato che nella fotoincisione non ci sono regole precise da seguire perché le variabili nel processo realizzativo sono molteplici; per fare un esempio: in alcune lastre le chiodature della fiancate di diametro 0,35 mm sono risultate migliori di quelle di diametro 0,40 mm fatte in altre lastre. Questo per dire che tutto dipende dall’abilità e dalla professionalità della Ditta che esegue la fotoincisione. La cosa fondamentale è istaurare con loro un rapporto di fiducia e di collaborazione, perché un errore sia da parte di chi progetta (cioè noi) che di chi materialmente mette in pratica il processo (cioè la Ditta) ci può stare, la cosa importante è trovare il modo di risolverlo.
Il materiale che preferiamo usare è in genere l’ottone, ma per le grate o parti molto sottili e di grande finezza si preferisce l’alpacca da 0,20 mm che una volta fotoincisa (corrosa) diventa 0,1 mm (un decimo di millimetro!)
Ogni volta che vengono inviati i due file in dwg o in dxf (due perché c’è: LATO A e B del progetto) alla Ditta, questa deve avviare un “impianto”, cioè creare un foglio master trasparente (di solito in acetato), che ha un suo costo fisso al di là di quante lastre si produrranno. Dal master infatti è possibile riprodurre quante lastre di ottone vogliamo. Una piccola modifica al progetto originale (spesso accade che durante il montaggio emergono delle imprecisioni) comporta il dover realizzare un nuovo impianto e quindi un nuovo costo.
